INTERVISTA A LUCA PIANIGIANI

INTERVISTA A LUCA PIANIGIANI

INTERVISTA A LUCA PIANIGIANI

Luca Pianigiani, fotografo, editore e redattore di Jumper.it, professore presso NABA, esperto di cultura digitale e dell’immagine. Ogni settimana su JPM racconta il presente e getta uno sguardo verso il futuro, aiutando creativi dell’era digitale ad anticipare quel che verrà per non perdersi nel mondo che sta per arrivare.

 

In passato hai più volte previsto e raccontato di piccole e grandi rivoluzioni nel mondo della fotografia, quale credi sia il prossimo imminente cambiamento?

Non ho alcun dubbio: il prossimo (e rivoluzionario) cambiamento che si svilupperà in tutti i campi dell’immagine, e non solo, riguarda l’intelligenza artificiale. Sembra un mondo distante, ma non è così: quello che succederà è che le immagini verranno lette, comprese, interpretate e decodificate dai computer, e quindi guadagneranno poteri tutti nuovi. Perché tutto questo è importante? Perché la distribuzione e la propagazione, la ricerca e l’efficacia delle immagini sarà influenzata dal come e con quale precisione verranno decodificati ed interpretati i “tasselli” del contenuto delle immagini. Pensiamo alle keyword e gli hashtag, che hanno influenzato il mondo dell’informazione e la creazione dei contenuti testuali, ora raggiungeranno, anzi hanno già raggiunto, l’universo dell’immagine. Ci saranno algoritmi che capiranno se alcune immagini saranno in linea con le “esigenze visive” delle singole persone destinatarie, e ci sarà possibile trovare il significato e il significante (se vogliamo entrare nella semiotica)  senza aggiungere alcuna ulteriore informazione (nome del file, didascalia, contesto) all’immagine stessa. Sarà una rivoluzione perché la stessa esistenza di ogni immagine sarà vincolata a questa intelligenza artificiale, nel senso che ormai i contenuti in rete “esistono” se sono ricercabili, e se riescono a raggiungere le persone… altrimenti sono dei fantasmi invisibili.

Un altro motivo che porta a dire che l’intelligenza artificiale sarà determinante e protagonista per chi si occupa di immagine è perché cambieranno i software e i processi di creazione e di elaborazione. Già Adobe ha presentato degli esempi della sua ricerca in questo campo  - Adobe Sensei –  dove si mostra che scontornare, scegliere tra tante immagini la migliore, applicare interventi di ogni tipo su ogni immagine (per esempio togliere la firma visuale del copyright da migliaia di diverse immagini, in un istante… è e sarà sempre più un “compito” che richiederà la regia del creativo, ma poi l’esecuzione pratica e operativa sarà automatizzata. Cambieranno i ruoli, le professioni, la qualità… tutto. Rimarrà, però, l’elemento primario in mano e in testa all’essere umano: la creatività e la capacità di trovare nuove idee.

 

Dagli articoli e dai temi dei camp organizzati da Jumper emerge forte e chiara l’idea che il fotografo del futuro non potrà essere “solo” un fotografo. Quali sono le competenze che ritieni saranno indispensabili?

Servirà sempre meno il concentrarsi sulla tecnica, non perché non serve (serve, eccome) ma perché il processo di miglioramento qualitativo offerto dalla tecnologia è davvero esponenziale, bensì servirà al contrario sempre più la capacità culturale e la capacità di non chiudersi in un solo campo/settore. Oggi il mercato non chiede “un prodotto” di comunicazione, ma una visione multisfaccettata e multicanale: il messaggio deve arrivare ovunque e quindi deve essere interpretato e ottimizzato per  la stampa, il web, il video, l’interazione. Il “fotografo”, se rimane confinato alla tecnica realizzativa di immagini “fisse” non riuscirà a proporsi in campi che sono anche solo “vicini”… immagini che “respirano” come le chiamiamo noi, quindi il cinemagraph, le gif animate, le sequenze animate ed interattive.

Altro elemento che ci sembra sempre più determinante è il controllo e la cultura della luce: fotografare significa gestire la luce, sempre più vediamo foto pessimamente illuminate che poi vengono corrette e potenziate con tempi lunghissimi in fase di post produzione… una follia, a volte serve spostare una luce, aggiungere un pannello, creare un riflesso con la luce. Oggi fotocamere molto economiche fanno fotografie e video fantastici, chiunque può possederle anche in tasca, la luce sarà determinante per definire e distinguere la qualità.

 

Credi che in futuro ci saranno ancora aree/nicchie riservate ai fotografi di professione?

Si, assolutamente si. Ormai fotografare è come “parlare”, come “canticchiare sotto la doccia”… lo possono fare tutti. Proprio per questo, in certe nicchie, serve chi sa “davvero” fotografare, ma serve una specializzazione e una qualità assoluta: tecnica, creativa, culturale, procedurale. E poi serve farlo sapere, essere credibili, arrivare ai clienti: questo è un lavoro di marketing di qualità, non da venditore di piazza, ma costruire una reputazione solida e concreta. Mostrando fatti, facendo capire effettivamente quello che sono capaci di garantire come risultato. No, non basta mostrare belle foto, non è già sufficiente, e specialmente non è detto che i clienti siano capaci di distinguere una fotografia di qualità da una “carina”… Una delle principali attività di consulenza che facciamo è proprio quella di aiutare i fotografi professionisti a lavorare sul loro posizionamento, sul loro marketing e sul loro futuro.

 

Ritieni abbia ancora senso pensare alla qualità di una foto o é più importante la quantità di immagini prodotte, considerando l’altissima richiesta di immagini e la brevissima vita a cui sono destinate?

Il vero problema è capire… cosa significa “qualità”? Spesso si pensa alla resa tecnica, al numero di pixel, al micro contrasto di un obiettivo… Si pensa: “se possiedo uno strumento eccellente, garantisco qualità”, e non è così. Per assurdo, anche l’intuizione creativa non è – da sola – sufficiente, potrebbe essere “creativa e sbagliata”, quello che conta è “a cosa serve” una fotografia?. A descrivere? Raramente… non più. Ad emozionare… forse, ma vogliamo emozionare o vendere un prodotto? A guadagnare attenzione? Si, certamente si. Molti guardano alla qualità ingrandendo a dismisura un file su un monitor, quella immagine probabilmente verrà vista una frazione di secondo su uno schermo di uno smartphone, in dimensione non paragonabile a quella che stiamo “analizzando”. Servono sempre di più “immagini di qualità”, perfette… ma la “perfezione” è data dall’efficienza del risultato che si vuole ottenere. La migliore immagine per una copertina di un libro è quella che fa comprare il libro, il migliore ritratto è quello che permette di raccontare chi è stato fotografato meglio di tante parole, il migliore paesaggio è quello che, tra un milione di paesaggi, blocca l’attenzione degli utenti per qualche frazione di secondo in più… Per riuscire in questo, bisogna sapere cosa funziona, come realizzarlo, confrontarsi con tutto quello che si produce, che funziona, quello che è passato di moda (magari basta un giorno… per invecchiare), quindi è un lavoro che è di fortissima specializzazione.

 

Nel prossimo futuro quanto conteranno gli strumenti, le competenze tecniche e quanto le idee?

Da sempre sono contate e contano tutt’ora le idee, prima di tutto e sarà una tradizione che verrà mantenuta e rafforzata in futuro. Chi parla di strumenti è spesso solo un amante degli strumenti, un collezionista di macchine, qualcuno che non ha nulla da dire se non parlare di oggetti (vale nella fotografia, nel video, nella musica, nelle automobili, anche nei rapporti personali…). Esistono poi i peggiori di tutti, quelli che dicono “che non parlano di strumenti, perché non sono importanti”… e passano comunque il tempo a parlare di questo “non parlare”; senza parlare di altro, solo per atteggiarsi. Parlare di strumenti è come parlare di grammatica invece che di poesia o di narrazione. Gli strumenti, la tecnica e le competenze sono la grammatica, così fondamentale che non ha nemmeno senso evidenziare, bisogna puntare sulle idee e sui contenuti, le uniche cose che distinguono tra l’altro una mera riproduzione da un’opera d’arte.

 

Cosa ne pensi del ritorno della fotografia analogica? Credi si tratti solo di un movimento di resistenza da parte di nostalgici? Ritieni ci sarà spazio per professionisti della pellicola?

Ogni mezzo di espressione ha un valore, la domanda che spesso mi verrebbe da porre è: in cosa cambia il risultato, se si usa la fotografia analogica, rispetto al digitale? A questa domanda, ci possono essere diverse risposte, la migliore l’ho sentita da una fotografa che ha detto: “tecnicamente, nessuna differenza, ma quando scatto con la pellicola faccio foto migliori, semplicemente perché so che sono poche, e quindi le penso meglio”. Se abbiamo bisogno di questo, se psicologicamente serve questa “costrizione”, allora è una ottima procedura, sempre che il processo – tempo, soldi – sia coerente con il progetto e con le esigenze della committenza.

Altre risposte sono deboli: qualcuno mi ha detto che “la resa della carta baritata, stampata in tradizionale era migliore rispetto alla stampa digitale”. Può essere, ma alla mia domanda successiva: “hai fatto un test per confrontare?” ho ricevuto una risposta negativa… ok, allora se si parla solo per parlare, non ha senso nemmeno prendere in considerazione il discorso; se deve essere feticismo, o se si vuole “essere alternativi”, allora è una scelta personale come essere vegani o carnivori… ognuno fa quello che vuole, basta non cercare di apparire migliori o più colti per questo…

Nel processo analogico esistono dei problemi oggettivi (e dei vantaggi difficili da percepire, se si esce dalla questione emotiva e psicologica): ci si mette più tempo, costa molto di più, il processo di trattamento deve essere affidato ad altri. Se il flusso, nella sua completezza e complessità funziona, allora va bene, Sono abbastanza convinto che sia difficile percepire vera differenza, se non di supporto finale (ma esistono carte fantastiche stampate in digitale che permettono sensazioni tattili e fisiche spettacolari, e non solo nell’ambito “fotografico digitale”, ma anche di stampa digitale (consiglieremmo un bello studio/ricerca a tutti sui sistemi di stampa, con inchiostri liquidi, oppure con toner dai colori come il bianco, l’argento, o trasparenti… non sono “fotografia”? noi crediamo di si. lo è anche se non si tratta di “chimica”).

Una cosa però la dico spesso: è meravigliosa e non ancora sostituita come esperienza non “scattare con la pellicola”, ma… farlo per poi stampare in bianco e nero: una stampa che viene inserita nella bacinella di sviluppo e “appare”, e la si vede prendere vita grazie alla luce rossa della camera oscura è una emozione che tutti gli appassionati di fotografia dovrebbero vivere…

 

Lo scorso Ottobre avete lanciato un nuovo progetto “Block Notes di Jumper”, un periodico di approfondimento piuttosto atipico. Come è nata l’idea e a quale pubblico volete rivolgervi?

Da oltre 11 anni pubblichiamo un “editoriale” alla domenica che si chiama Sunday Jumper, totalmente gratuito (chi vuole può iscriversi qui: www.jumper.it/newsletter), ma sentivamo l’esigenza di un nuovo canale di informazione più approfondito che non fosse però, al tempo stesso, una rivista (abbiamo parecchi aperti in questo senso, sia riviste digitali che cartacee… seguiteci che ci saranno tante novità nei prossimi mesi). Una via di mezzo, più contemporanea, per creare un’informazione snella, tipicamente vicina all’uso su smartphone, da consumare scrollandola, ma al tempo stesso da leggere. Articoli, anche lunghi, per mettere a fuoco tematiche che uniscono tanti punti, pur mostrando singole sfaccettature. Siamo convinti che oggi non sia più “utile” trasmettere singole “notizie”, esse fanno parte di un flusso che viaggia alla velocità della luce (anzi, alla velocità dei bit) e che viene miscelata, rilanciata, riproposta da milioni di persone, non necessariamente “professionisti dell’informazione”. Quello che manca, secondo noi, è scendere nel dettaglio, e specialmente mettere insieme tracce e indizi per creare una visione generale che i singoli (e anche i mezzi di informazione mainstream) non riescono a garantire. La singola notizia è già vecchia quando nasce, tanti indizi che mostrano una strada sono molto più utili.

Abbiamo quindi reso “pubblico” il nostro taccuino di appunti, collegando le notizie, le pagine, gli eventi, e aggiungendo sensazioni, cercando di interpretarle e di trasmetterle al nostro lettore. Il primo numero è uscito e tutti lo possono leggere qui:  http://www.jumper.it/Taccuino_Jumper/N_zero/BlockNotes_Jumper_N_zero.html. Non è però “gratuito”, nel senso che usa la formula del Donationware: chi legge e trova interessante è invitato a contribuire, con la cifra che reputa più adeguata al valore del contenuto stesso. Questa formula di remunerazione “tramite donazione” ci darà strumenti per fare un’analisi comportamentale e per capire meglio quello che è il “valore percepito”, quindi ci farà decidere se proseguire con il progetto: pensiamo che, in un mondo dove  c’è tutto, se si propone qualcosa di nuovo deve avere un senso, e questo senso lo chiediamo al lettore, che può dimostrarcelo (oppure no). Fino a poco tempo fa si dava per scontato che tutta l’informazione doveva essere gratuita, ma nuovi percorsi e scelte anche di altri fanno capire che sopravviverà solo un’informazione di qualità che richiede una sostenibilità. Ovviamente ci sono altre forme per sostenere l’informazione: i trucchi acchiappa click, la pubblicità, la vendita di contenuti per prendere in giro i lettori e “usarli” come merce… come fanno i social, ma poi tutto questo porta a un valore bassissimo dell’informazione stessa. Il mondo si dividerà, così la pensiamo, tra chi vuole davvero “sapere” e chi accetterà il “sentito dire”, e continuerà a vivere in una bolla dove si riceve solo quello che “qualcuno” reputa che siano di nostro interesse. Il progetto de “Il taccuino di Jumper” è ancora in fase beta, anche dal punto della forma, per ora ci siamo preoccupati che sia leggibile su qualsiasi device (in particolare su smartphone), ma la versione definitiva e ufficiale (che, ripetiamo, ci sarà se avremo un feedback positivo da questo periodo di test) sarà molto più “cool”: ci piace anche pensare alla forma, non solo alla sostanza.

 

Si stanno evolvendo solo gli strumenti tecnologici o si sta evolvendo anche l’essere umano? Non intendo in termini funzionali, mi chiedo se l’uomo è all’altezza di ciò che ha creato e soprattutto se riuscirà a gestire un futuro in cui l’intelligenza artificiale farà sempre più parte della nostra quotidianità.

In parte ho risposto indirettamente su questo argomento, all’inizio di questa chiacchierata (prima risposta). Però mi permette di aggiungere qualcosa, in merito.

La grande difficoltà che avrà l’essere umano, credo, sarà proprio quello dell’essere “umano”, ovvero non nascondersi dietro un pensiero e un’azione che con la grandezza “potenziale” della mente umana c’entra ben poco. Ci sono mille cose che facciamo, ogni giorno, che in realtà le macchine fanno e faranno per fortuna meglio di noi. Questo ci spaventa, perché forse crediamo che “essere quello che siamo” sia legato a queste operazioni. Le rivoluzioni servono per farci capire quando possiamo sbagliare. Quando c’è stata la rivoluzione industriale, tante persone hanno semplicemente smesso di fare quello che facevano, e alcuni si sono sentiti persi, superati dalle macchine. Altri hanno capito che, semplicemente, potevano fare altro, e magari cose meravigliose che non avrebbero mai nemmeno sognato se avessero continuato in quel lavoro che invece le macchine gli “avevano rubato”.

Quante cose facciamo che sono davvero inutili? Chilometri guidando una macchina, perché non potrebbe guidarsi da sola (molto meglio) al posto nostro, mentre noi facciamo altro, ben più stimolante ed utile? Perché facciamo la spesa di fretta e furia al sabato al supermercato quando potrebbe essere il frigorifero a capire se ci manca il latte e il formaggio? Ovviamente, lo stesso succede nel lavoro: quanti sono i lavori che sono ripetitivi, e che facciamo solo perché “dobbiamo farli”? Non potremmo fare altro, di molto meglio? Le macchine non sostituiscono le persone, sostituiscono le operazioni che possono diventare automatizzabili e rese perfette. Dovremo imparare nuovi mestieri, migliori  e più stimolanti? Si, per fortuna!

All’uomo rimarranno i processi che richiederanno sempre e comunque fantasia, intuizioni, elaborare pensieri che nemmeno i big data possono comprendere (anzi, che comprendono in modo superficiale). Qualcuno, che pensa che sia sufficiente “fare”, si troverà a disagio, chi capirà che sensibilità, creatività, innovazione, sentimenti sono le uniche cose che davvero ci definiscono come esseri umani, si troveranno invece splendidamente, liberati e spogliati da impegni oppressivi che non ci fanno stare meglio, ma che anzi ci tolgono energie…

Concludo con una storiella che mi hanno raccontato da bambino e che ancora mi accompagna: un pulcino, quando nasce, impara subito a zampettare, l’essere umano ci mette tantissimi mesi ad imparare a camminare. Questo porterebbe a pensare che il pulcino sia più intelligente dell’uomo. In verità, l’essere umano ci mette di più ad imparare a camminare, ma poi arriva a progettare una navicella spaziale per arrivare sulla Luna e oltre, il pulcino impara subito a zampettare, ma farà solo questo (e poco altro) nella sua vita. Forse, dobbiamo solo capire che cosa vogliamo essere, e viviamo in un’era che ci permetterà di fare cose incredibili…

 

 

Laura Novara

Laura Novara

Fotografa innamorata dei chiaroscuri, paladina della celebrazione del ricordo come apoteosi dell’amore.
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